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Carlo III di Borbone e la Napoli del 1700

Nel 1700, Napoli veniva ad assumere di nuovo un ruoloimportante legato alla riconquistata autonomia politica ed allasua posizione di Capitale. Accanto alle tradizionali funzioniamministrative si accrescevano anche quelle economiche, tracui, predominante come nel passato, rimaneva quella di maggiormercato di consumo e di più importante centro delMezzogiorno.Era una città precapitalistica, fondata essenzialmente su diun bisogno di consumo ed una funzione di rappresentanza. Èquest’ultima, benché fonte di attività economiche legata all’incrementoedilizio, all’attuazione di opere pubbliche, che èinteramente legata alle spese sontuose della corte e dei nobili.Le Corporazioni cittadine, lungi dal rappresentare realeforma di organizzazione d’interessi produttivi, erano direttaespressione del bisogno dei maestri artigiani e dei lavorantinapoletani, di trovare in un preciso e tradizionale status, labase della propria fisionomia sociale.Negli anni del viceregno austriaco (1707-34) non vi furonosostanziali riforme che interessarono la Corporazione degliOrefici, che per altro continuò a vivere in un clima di costantedisagio per la frequente oscillazione del valore di mercato deimetalli preziosi, dovuta all’instabilità economica e politica deltempo. Rientra tuttavia in questi anni un considerevole numerodi importanti opere, tra cui ricordiamo la superba mitra diSan Gennaro, lavorata nel 1713 da Matteo Treglia e pagata ingran parte con le offerte della cittadinanza napoletana. È nellostesso tempo un notevole numero di opere sacre tra le qualispiccano quelle di Andrea, Domenico e Gennaro de Blasio.Esse danno bene il segno dello sviluppo che l’arte argentariaebbe nel primo trentennio del secolo. Dall’esame delle manifatture profane ci si accorge come il primo Settecento avessegià preannunziato tendenze di gusto che avrebbero assunto inepoca borbonica una configurazione più rispondente ai nuovitempi.Nel 1734, Carlo di Borbone assume la corona di Napoli. INapoletani temettero di essere ripiombati nel clima nefastodelle dominazioni precedenti, ma il nuovo re dimostrò subitoche non aveva alcuna intenzione di regnare per conto terzi eattribuì a Napoli e al Mezzogiorno il ruolo e il prestigio di unregno assolutamente autonomo. L’indipendenza a lungo negatadagli Spagnoli, quindi, fu ridonata a Napoli, ironia dellasorte, da un monarca sostenuto dagli Spagnoli.Con dinamismo ed equilibrio Carlo di Borbone attuòprofonde riforme dettate da un evidente spirito innovatore.Emanò un importante decreto che annullava gli ultimi privilegidei baroni; fondò il Supremo Magistrato del Commercio alquale attribuì il coordinamento di tutte le attività economiche;istituì il Catasto Generale del Regno, uno strumento decisivoper la creazione di un sistema fiscale moderno; ristrutturòradicalmente gli impianti portuali e favorì lo sviluppo di unaflotta mercantile che solcò tutti i mari del mondo; tra l’altrofondò il Reale Laboratorio delle Pietre Dure.Nel 1738 il giovane re sposò la quattordicenne MariaAmalia Walburga di Sassonia. In occasione del matrimonio vifurono splendidi festeggiamenti con spettacoli teatrali, cavalcate,corse di carri, fuochi d’artificio, allestimento di macchineda festa tra cui una monumentale cuccagna costruita supalafitte. Per desiderio di Maria Amalia, innamorata dellefamose porcellane della Manifattura di Meissen, di cui leiaveva portato in dote vari splendidi esemplari, il sovranofondò la celebre manifattura di porcellana nel Parco diCapodimonte.Carlo notoriamente predilesse la porcellana, ma non sidisinteressò all’arte argentaria, cui dette impulso unitamentealle altre arti applicate. D’altra parte la richiesta di oggetti inargento della nuova classe borghese era diventata talmentepressante che il valore di questi, secondo un calcolo dell’abateGaliani, superava nel 1750, di ben quattro volte quellodella moneta circolante. L’arte argentaria pertanto, nel volgeredel secolo, vedrà fiorire nuove e più attrezzate officine, i cuimaestri realizzeranno non soltanto importanti opere ma anchepiccoli oggetti di quotidiano uso domestico.La regina, dal canto suo si innamorò dei gioielli che la fiorentee fantasiosa oreficeria napoletana metteva a disposizionedell’aristocrazia del Regno. Privilegiato dalle donne, ma indispensabileanche agli uomini, fra gli ornamenti necessari alleloro raffinate toilettes, il gioiello ebbe larga diffusione tra ivari strati della società. La presenza della Corte a Napoli, apartire dal 1734, fu un fattore determinante per la richiestaspecifica non solo di oggetti galanti di gusto decisamente profano,ma anche di gioielli da mandare in dono a rappresentantidi potenze straniere o insegne per i nuovi ordini cavallereschi.In effetti, fin dai primi tempi del suo regno, Carlo mostrò ungrande interesse per i gioielli, non solo per quelli di alto pregioe di tipo inconsueto, necessari ad ornare la propria persona,ma anche per effettuare doni diplomatici e mantenere cosìbuoni rapporti con i membri dell’aristocrazia e del clero, chepure di gioielli ne commissionavano tanti.Come è noto, per tutto il Settecento la capitale della modafu Parigi e proprio da quella Corte fu lanciata in Europa laparure o, come fu chiamata a Napoli, il concerto che prevedevaun diadema per i capelli, orecchini, spilla e, talvolta unacollana. La pietra maggiormente usata per la realizzazione digioielli di destinazione aristocratica, fu sicuramente il brillantela cui offerta sul mercato aumentò in misura notevole conl’apertura delle miniere del Brasile. Da alcuni ritratti e neidocumenti restano testimonianze di gioielli eseguiti anche consmeraldi e rubini. Le Dame davano particolare risalto alleacconciature e nacquero le aigrettes: scintillanti spilloni percapelli con brillanti, per lo più montati “a giorno”, in modo dapermettere alle pietre di brillare in tutto il loro splendore. Leforme decorative sembrano le più bizzarre: piume, uccelli,bouquet di fiori.Gli orecchini furono un elemento del quale le donne nonfecero mai a meno, dai vistosi fioccagli delle popolane, chepossiamo ammirare nei presepi dell’epoca, alle girandoles edai pendeloques di dame e cortigiane.Al collo i gioielli erano di gusto molto sobrio, probabilmenteperché il corpetto dell’abito scollato ed attillato era ornato,nelle grandi toilettes da sera, di pietre preziose e perle finoalla vita.Anche le dame del regno di Napoli seguivano l’esempio diquelle francesi, non essendone da meno, sfoggiando gioiellipreziosi per la purezza delle gemme e l’eccelsa manifattura ecreatività degli orafi locali, anche spendendo somme favoloseper possederli. Un esempio di tali magnificenze ci sono datedai ritratti della Principessa Giuseppina di Borbone, figlia di Carlo III e dalla stessa Regina Maria Carolina, moglie diFerdinando I.
               
Ritratto di Giuseppina di Borbone - part.          Ritratto di Maria Carolina di Borbone - part.
Anton Raphael Mengs - posteriore al 1759     Francesco Liani - anteriore al 1780

Con l’affacciarsi del potere economico della borghesia,anche le donne non aristocratiche, vollero possedere gioiellidi pregio. I pastorai, che iniziavno la grande tradizione artigiananapoletana, arricchirono le figure femminili che affiancavanoi pastori, con gioielli in miniatura, che, ancora oggipossiamo ammirare in originale, e che rappresentano unatestimonianza tangibile della produzione orafa dell’epoca.

































Francesco
Vidall.
1766
Disegni
per un
medaglione
di S. Gennaro.
Riproduzione
di M. Calò

Il Re Ferdinando I, non era da meno alla sua sposa. Del1765 è un gruppo di disegni, mostrati al Sovrano come operadi Francesco Vidall, un vecchio orefice maltese abitante aNapoli, ove aveva bottega con i suoi discepoli locali. La letturadell’Atto d’acquisto, oltre ai disegni, ci mostra il grado diperfezione tecnica raggiunto dagli orefici, ma la cosa più sorprendenteè l’invenzione di un nuovo tipo di funzionamentomeccanico dei gioielli.

All’apparenza il medaglione segue lo schema tradizionalecon l’effige di San Gennaro, ma premendo un pulsante sullamitra del Santo Vescovo, appare la visione di una nube; premendoun bottoncino sul retro della medaglia compare l’immaginedi San Paolo ed un bottone sul retro riporta ogni parteal punto di partenza. Ma questo è solo un esempio. Anche iNobili non potevano astenersi dall’acquisto di gioielli moltoimportanti, al punto da doversi indebitare per mantenere unlivello adeguato alla Corte. Per capire il fenomeno è di particolarerilevanza storica l’inventario delle gioie presenti incasa Caracciolo di Brienza, nel 1773, in occasione di unmatrimonio fra Aristocratici. Dalla lettura delle carte si ricavache la famiglia nell’arco di quasi dieci anni si era servita diben nove orefici e gioiellieri diversi ai quali, oltre ai gioielli insenso stretto, venivano richieste una serie di galanterie così invoga nella società gaia e leggera del Settecento, e cioè tabacchiere, orologi con catene, fibbie per scarpe in oro, sigilli inoro con corniole, bottoncini e fibbie in oro e smalti.In questo Secolo quindi, il “gioiello” può essere inserito inun discorso sia come status-simbol che come fatto artistico insé, testimonianza dell’altissima qualificazione tecnica raggiuntadai gioiellieri del Regno, che facevano parte dellapotente Corporazione degli Orefici.In quel vario e fiorito microcosmo che era la vita di cortenel Settecento, il Gioielliere di corte del Re aveva una suaposizione ben definita e di prestigio. Naturalmente il gusto elo stile delle sue creazioni, nascevano da un rapporto assaiintenso fra vari elementi: l’evolversi delle tecniche, il climadella cultura estetica dominante, l’influenza della corte e dellastessa famiglia e persona del re. In questo quadro il Gioiellieredi Corte assumeva una posizione mediatrice e creativaassai importante. L’incarico di svolgere questa mansionevenne affidata a Matteo Tufarelli, tra il 1785 e il 1806 madalle notizie concernenti il suo operato, non è escluso che lasua produzione si sia spinta oltre questa data. Sono suoinumerosi gioielli del re e varie “galanterie”: tabacchiere escatole d’oro, spesso smaltate o foderate di tartaruga scura,guarnite di brillanti, doni galanti per destinatari prestigiosi.Mentre questo avviene a Corte, la Francia è risucchiata dalvortice della Rivoluzione Francese del 1789. In un decenniomaturano i presupposti per il riflesso napoletano della ribellione,incoraggiata anche dalla decisione di NapoleoneBonaparte di invadere la città. La presenza dei francesi alimentale certezze dell’aristocrazia e degli intellettuali chesostengono gli insorti e condividono la proclamazione dellaRepubblica Partenopea nel 1799. Ma la Repubblica è destinataad avere breve vita; seguono cruente rappresaglie che portanoalla tragica conclusione: la rivolta è soffocata nel sangue.Napoli si affaccia all’Ottocento in un clima di ripristinatamonarchia Borbonica, ricca, sfarzosa e frivola.

   
Giovanni Miccione.                                                                      Frontespizio delle Memorie degli Intagliatori moderni,
1773                                                                                              del fiorentino Andrea Giulian.
Disegni per un concerto di gioie in rubini                              Esemplare conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

 

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