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La nascita del Borgo

La nascita del Borgo
C’è una bella sequenza di cartelli con il logo del Borgo che ci guida comodamente dal Corso Umberto, il famoso Rettifilo della Napoli “risanata” all’ “Antico Borgo Orefici”, disposto intorno alla piazzetta dove veglia il bel Crocifisso ligneo settecentesco. Ci guardiamo intorno con occhio indagatore lo sguardo si lascia catturare qua e là, da tante testimonianze di un remoto e prestigioso passato. Subito ci richiamano le vetrine scintillanti di splendidigioielli: il luccichio delle pietre preziose ci trasmette i riflessi del sole che baciano le onde del mare e, come per incanto, ecco apparire la Sirena Partenope “dal volto verginale”, leggenda e fantasia di questa meravigliosa città di Napoli. La mente inizia a vagare e magicamente questo borgo ci porta indietro nel tempo per restituirci la sua storia.


La Storia della Sirena
Secondo la leggenda le Sirene sarebbero vissute fino a quando il loro potere di seduzione fosse durato. Sconfitte da Ulisse, il corpo di Partenope, dagli scogli delle Sirene, di fronte a Positano, oggi chiamati “li Galli”, fu spinto dai flutti sull’isolotto di Megaride, sede degli odierni Borgo Marinaro e castel dell’Ovo. Gli abitanti del luogo raccolsero le spoglie di quell’affascinante creatura, per metà splendida fanciulla e per metà abitante del mare e, dopo averle dedicato un degno sepolcro, le tributarono onori, cerimonie sacre e fiaccolate. Il villaggio italiota, tra Megaride e Pizzofalcone prese il nome di Parthenope, che divenne Palepolis (città vecchia), dopo la fondazione di un vero e più grande insediamento da parte dei coloni calcidesi di Cuma, tra i quali erano presenti anche degli Ateniesi. I Greci decisero successivamente di fondare una vera e propria città, scegliendo una zona più orientale, nell’attuale Centro Antico, al quale diedero il nome di “Neapolis”(città nuova), per distinguerla dal vecchio insediamento.


Da Neapolis a ricca città Romana
È noto che i Greci non erano “guerrafondai” e desideravano soprattutto godersi la nuova e bella patria nel suggestivo scenario del golfo dal clima dolcissimo, dal terreno fertile e dalle ricche risorse del mare. Essi perciò si dedicarono con passione allo sviluppo dell’arte e delle attività artigianali producendo quei capolavori di scultura, pittura, ceramica ed oreficeria che venivano esportati in tutto il mondo, allora conosciuto. È facile comprendere come la tradizione orafa napoletana tragga le sue più remote origini dal gusto e dalla raffinatezza della cultura Ateniese, che rappresenta l’origine dell’arte e della tradizione Classica. Ma due scomodi “vicini” turbarono presto i sogni beati dei nuovi insediati. I primi erano i Sanniti, bellicoso popolo delle aree montuose della Italia appenninica che cercavano terre più fertili; i secondi erano i Romani, artefici di una potenza militare di tutto rispetto che intendevano estendere la propria egemonia al Sud. Contenute le mire espansionistiche dei primi, grazie all’intervento della flotta ateniese, Napoli, con i suoi abitanti, abili difensori del proprio territorio e della cultura ellenica, riuscirono a salvare la città anche dalla distruzione certa, accettando la “confederazione” con Roma e conservando così la propria autonomia, le proprie istituzioni, i propri culti, la propria lingua e la propria moneta. I Romani rimasero conquistati dalla raffinatezza del gusto e della produzione artistica ed artigianale dei Partenopei. Fu inevitabile che l’oreficeria napoletana divenisse “moda” anche a Roma e che si sviluppassero nel territorio molti atelier per la produzione locale di pregevoli gioielli accessori e preziosi utensili da esportare in Europa, in Africa ed in Oriente. Questo gusto raffinato caratterizzò sia l’epoca Repubblicana che, ancor più l’epoca Imperiale, tanto più che la costa tirrenica del golfo, da Baia a Sorrento rappresentò per diversi secoli la meta estiva prediletta dalla potente aristocrazia Romana. La città, nel frattempo, si era allargata ma aveva mantenuto l’aspetto urbanistico ippodameo che ancora oggi si evince nel reticolo dei vicoli del Centro Antico dove, sicuramente era riservato grande spazio alle botteghe artigianali e tra le altre, alle botteghe orafe che fonti storiche non hanno identificato. Testimonianza di questo ricco artigianato è rappresentata dalla inestimabile collezione di gioielli rinvenuti negli scavi di Pompei, Ercolano e Stabia e conservati gelosamente,da occhi e mani indiscrete, nei sorvegliatissimi forzieri del Museo Archeologico Nazionale. A disposizione del pubblico è esposto l’interessante collezione degli argenti provenienti dalla “Casa del Menandro”, che dagli affascinanti e misteriosi racconti del Maiuri e del De Franciscis, sappiamo essere stati salvati dalle mani fedeli di uno schiavo devoto. A ben guardare nelle vetrine degli artigiani del Borgo, possiamo vedere e quindi acquistare ancora oggi, dei monili realizzati con le maglie intessute a modello degli antichi artigiani dal tempo dei romani, i quali, grazie al potere del Vesuvio, hanno lasciato intatto nel tempo la tradizione della loro creatività.

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