L’Arte dell’Oreficeria

La strada degli orefici è indubbiamente un’area specializzata di mercato peculiare del
quartiere mercantile del periodo angioino.
L’arte orafa era praticata in città anche in epoca normanna, con l’apporto di artefici stranieri.
Re Ferrante d’Aragona nel 1474 concesse alla Corporazione degli Orefici degli Statuti vantaggiosi.
Le nuove norme tesero a stabilire metodologie inequivocabili per lavorare i metalli
preziosi. L’oro ad esempio, non si poteva lavorare: “più basso che di sedici grana lo trappeso,
né legare nè includere petre et gioje contraffatte in auro”, e l’argento non doveva essere
lavorato dai Maestri: “più basso, che di quattro carlini l’oncia”. Anche Ferrante, come
i suoi predecessori, riconobbe come strumento di controllo l’introduzione della marchiatura
dei manufatti, che doveva rendere riconoscibili i gioielli creati a Napoli; il sovrano perseguendo
questo intento concedesse: “alli detti Maestri et Consuli della Arte lo puntello, o vero
mercho delo quale se marcherano tutti basselli et lavori di Argento …., lo quale postillo,
o vero marcho di Napoli…” . (7)
I Consoli dell’arte nel 1593 ritennero indispensabile aggiungere alle antiche regole nuovi
Capitoli. Ancora nel 1613 i Consoli Mario d’Amato, Giò Franco Caputo, Cosimo Carotenuto,
Giò Domenico Amalfitano ed il Governatore del Monte degli Orefici Giò Antonio Califano,
confermarono i regolamenti aragonesi, ma aggiunsero a questi nuove postille, per adeguare
le antiche leggi, alle nuove esigenze. Il documento fu approvato e sottoscritto dai centocinque
Maestri Orefici iscritti all’Arte. (8) I sovrani Aragonesi ben conoscevano il potere
d’affascinazione degli apparati vestimentari e adoperarono con molta attentamente questo
strumento, curando ogni loro apparizione in pubblico, affidando la progettazione degli
eventi ad abili artefici. Le carte della “Tesoreria” Aragonese riportano i nomi degli artefici di
Corte insieme la qualità delle loro ideazioni. Pere de Mondrago che curava il guardaroba reale
inventariava con cura le opere a lui consegnate dagli artieri; primo tra questi l’orefice Guido
d’Antonio, artefice dei preziosi collari d’oro del sovrano.
I cronisti del tempo di Re Ferrante d’Aragona hanno tracciato preziose testimonianze del
sontuoso guardaroba del sovrano governato da Renco de Mirabal, ricco d’abiti di “imbroccato
d’oro riccio”, confezionati dal sarto Petrucho Pistacho e dal sarto-costumista Petillo di
Ischia. L’oro fu il protagonista indiscusso dei manufatti d’alto pregio ideati dai maestri orafi
e tessitori che lavoravano per la Corte di Napoli. Della complessa fattura, delle grandi
quantità d’oro e d’argento impiegati non solo nella creazione di monili e nella lavorazione
dei tessuti - che parimenti erano concepiti come “gioje”, disegnate dalle lamelle dei preziosi
metalli trasformati dai “Battiloro” che lavoravano del Borgo Orefici - ci parla Giuliano
Passero nei suoi “Diurnali”, dove descrive le fastose manifestazioni in cui i sovrani si mostravano
in pubblico abbigliati con vesti intessute d’oro tanto da apparire come: “una scuma
d’oro lustrante”. (9)
Negli ultimi decenni del secolo XV operavano a Napoli artisti di gran rilievo, tra questi
Adriano di Giovanni de’ Maestri detto Adriano Fiorentino (1450ca 1499) che giunse a Napoli
nel 1488 a seguito di Virginio Orsini, comandante in capo dell’esercito aragonese. All’artista
fu commissionata da Ferdinando d’Aragona, Principe di Capua, futuro Ferdinando
II, una medaglia commemorativa per la morte di Ferdinando I, che porta la data del 25 gennaio
1494.
La tradizione di eseguire medaglie commemorative continuò anche nel XVI secolo; Tra
gli artisti noti e stimati nelle Corti italiane a cavallo tra i due secoli è documentata l’opera
dell’orafo e scultore Gian Cristoforo Ganti detto Gian Cristoforo Romano (1470ca-1512).
L’artista eseguì diverse medaglie, tra cui una per Isabella d’Aragona. Donna Isabella era conosciuta
per la sua eccentrica eleganza, di cui le cronache riportarono un’ampia documentazione;
in particolare ci vengono descritti i copricapo ispirati alla moda francese con “li corni
guarniti da bellissime perle tramezzate con molte zoglie di diamantini, de rubini, de smeraldi
et altre degnissime prede, che era una cosa molto sumptuosa et richa. (10) A Napoli il
Ganti era conosciuto e stimato per sue le creazioni, in particolare era stata molto apprezzata
la medaglia che aveva eseguito per Isabella d’Este.
A Napoli lavorava Girolamo Santacroce (1502ca-1537ca) scultore orafo, che venne definito
da Iacopo Perillo, fiduciario a Napoli della Marchesa Isabelle d’Este Gonzaga, in una
missiva dell’11 giugno 1519 inviata all’umanista Mario Equicola: “lo migliore che vi sia in
Napoli”. All’orafo venne commissionata da Isabella d’Este una medaglia celebrativa dell’opera
di Iacopo Sannazzaro , che fu realizzata dall’artista in bronzo e argento. La medaglia
riproduce da un lato l’umanista di profilo e sul rovescio “l’adorazione del Bambino”. Dell’opera
dallo Storace parla anche Pietro Summonte nel 1524 in una lettera diretta a Marcantonia
Michiel: “Ha ritracto il Sannazzaro in medaglia e facto un Appollo:cose ben stimate
qua da ciascuno”.
Gli atti raccolti nel fondo del “Cappellano Maggiore” riportano i nomi dei Maestri Orafi
che sostennero il ruolo di Consoli dell’Arte nel XVII secolo. Un documento redatto il 4
ottobre del 1669 porta le firme dei quattro Consoli: Simone Parancandolo, Giacomo Piccino,
Gennaro Portio, Aniello Treglia, e di tutti gli Orefici che firmarono i provvedimenti per
approvarli: Giacom’Antonio Pandolfo, Lorenzo de Rinaldo, Matteo Trotta, Francesco Antonio
Rendeva, Ignazio d’Orso, Giò Batta Vinaccia, Giò Batta della Martina, Giò Lorenzo Mazzola,
Melchior Maturantis, Andrea Naclerio, Giò Batta Attingento, Gennaro Durante Lo nardo
Maiorino, Giacinto Portio,Giuseppe Persico, Pietro de Crescenzo, Michele de Sio, Giuseppe
Strozzi, Francesco Pandolfo.
Tra gli argentieri attivi nell’ultimo decennio del secolo XVII, è nota l’opera: di Gennaro
Scarpellino, che nel 1693 esegui le “giarre” d’argento del “primo gradino” dell’altare della
Basilica di San Domenico Maggiore, e di Maestro Nicola Mansone, che eseguì nel 1696 i
candelieri per la chiesa Domenicana.
I vari cambiamenti del marchio avvenuti durante i secoli XVIII e XIX, ci permettono di
datare i manufatti, e riconoscerne gli autori. Ogni oggetto come dettavano i regolamenti
emanati nel maggio del 1798, che in sostanza confermavano quanto era stato stabilito nelle
“Capitolazioni”del 1710, ed in particolare che i lavori d’oro e d’argento dovevano portare
il: “…marco dell’Arte, con quello del Console più antico, con quello del Fabbricante,
e con quello del Toccatore…”.
La definizione del marchio costituirà anche uno strumento per i sovrani, che si succederanno
sul trono di Napoli, per legare le produzioni al periodo del loro Regno, rendendole
identificabili attraverso i cambiamenti introdotti di volta in volta.
Anche Gioacchino Napoleone il 17 dicembre 1808, nell’ordinare le nuove regole per la
lavorazione dell’oro e dell’argento, stabilì un nuovo marchio di garanzia caratterizzato dalla
una: “testa di donna veduta di faccia, ornata in forma di Partenope, più grande pe’ lavori
d’argento, ed alquanto più piccola pe’ lavori d’oro”. Secondo le disposizioni del sovrano
francese, il nuovo marchio doveva essere adottato uniformemente in tutto il Regno
di Napoli.
Ferdinando I il 15 dicembre 1823, con Real Decreto ordinò il “cangiamento de’ bolli” ed
anche la rettifica del “sistema sinora tenuto nelle nostre officine di garanzia […] che si rendono facili a potersi alterare”. Con le nuove disposizioni il sovrano intese soprattutto segnare
il ritorno al potere dei Borbone nel Regno, sopprimendo il marchio istituito da Gioacchino
Napoleone, introducendo un nuovo marchio. Il simbolo scelto dal re fu la “testa di
Partenope di profilo”.
I vari cambiamenti del marchio voluti dai sovrani, tesero inequivocabilmente a identificare,
attraverso un’immagine dall’alto valore simbolico, i manufatti del Regno con la Capitale.
Questa volontà fu chiaramente espressa da Ferdinando II nel decreto emanato il 26 gennaio
1832, con cui fu immesso nuovo marchio per tutti i lavoro d’oro e d’argento che: “dovranno
contenere il distintivo della lettera N denotante nostrale [….]”.
Napoli poteva vantare nel primo quarto del secolo XVIII abilissimi artefici come Antonio
de Laurentiis, Nicola De Turris, Nicola Storace e Gennaro Serrao, Antonio Tagliaferro che sapevano
creare oggetti mirabili in oro e in argento, supportati dalla tartaruga, dalla madreperla,
dalla pietra d’Egitto e dalla porcellana bianca di Capodimonte.
Molto documentata è l’attività di Antonio de Laurentiis, nel 1743 lavora già per Carlo di
Borbone e nel 1746 continua a lavorare per il sovrano con il ruolo di Orafo di Corte. Esperto
nella lavorazione di oggetti decorati apiqué incrusté d’or, le sue originali creazioni sono oggi
nelle collezioni più prestigiose d’Europa.
De Laurentiis creò per il sovrano numerose tabacchiere, tra queste, nel 1743 una in pietra
d’Egitto montata in oro e brillanti, e nel 1747 una tabacchiera di porcellana decorata
con una miniatura nella parte interna.
Tra gli argentieri che lavoravano nella Capitale nella prima metà del XVIII secolo, è noto
il Maestro Filippo de Sanctis, Saverio, Matteo Treglia, Aniello d’Apuzzo, Filippo del Giudice,
Giacinto Buonacquisto, Giuseppe Sanmartino Giuseppe e Gennaro del Giudice.
Per Carlo di Borbone lavorò Michele Lofrano, gioielliere di camera del sovrano, che nel
1761 eseguì su commissione regia un ricchissimo calice d’oro, ornato con numerosi brillanti,
rubini e smeraldi. L’orefice fu anche l’ideatore dei gioielli della regina Maria Carolina
d’Austria, moglie di Ferdinando IV di Borbone. In quegli anni a Corte lavorava anche l’orafo
Matteo Tufarelli. Il nome di Matteo Tufarelli è anche nella documentazione degli orefici
che praticavano l’arte nel 1799 insieme a: Fabrizio Tufarelli, Antonio Avitabile, Giò: ed a
Ignazio Vanderlich, Orazio Sessa, Luigi, Vincenzo de Angelis, Antonio Fumo Orefice Raffaele
Califano Orefice.
Consultando gli elenchi dei Maestri Orafi che esercitavano l’arte dopo la soppressione delle
Corporazioni delle Arti, e dei divieti di esercitare l’arte fuori del Borgo, possiamo verificare
che la maggior parte dell’attività orafa veniva svolta ancora entro gli antichi confini.
Questo dato rimase costante anche nell’ultimo decennio del secolo XIX.
La lunga attività svolta nel Settecento dal Real Laboratorio delle Pietre Dure di San Carlo
alle Mortelle e quella successiva della Scuola-Laboratorio per la lavorazione del corallo alloggiato
del Real Albergo dei Poveri di Napoli, istituita nel 1811, diretta da Paul Barthélemy
Martin, contribuì a radicare l’arte della lavorazione del corallo, anche a Napoli oltre che
a Torre del Greco, dove la lavorazione era stata iniziata dal Martin nel 1805, grazie ad una
privativa concessa all’imprenditore da Ferdinando IV il 27 marzo.
La chiusura della Fabbrica di Martin nel Real Albergo, non segnò la fine della lavorazione
del corallo, già l’arte si era ampiamente diffusa in città dove gli ex allievi del Real Albergo,
istruiti nell’arte incisoria, avevano aperto le loro botteghe. Nel 1845 l’attività era svolta da circa
cinquanta corallari, e alla edizione del 1853 delle Esposizione delle Industrie del Regno parteciparono
con i loro lavori in corallo gli incisori Ferdinando Costa, Giovanni Ambrosino e
Sebastiano Palomba. Quest’ultimo ebbe la medaglia d’oro, per la qualità delle sue opere.
I gioielli creati a Napoli negli anni sopra citati erano ispirati prevalentemente al vasto repertorio
archeologico, ma anche a modelli gotici e rinascimentali. Una parte della produzione
proponeva esemplari di gusto naturalistico ricchi di “fiori e frutti”, realizzati nella ricca
varietà cromatica del corallo.
I manufatti napoletani furono presentati, dopo la fine del Governo Borbone, alle Esposizioni
Nazionali ed Internazionali di Firenze nel 1861, di Londra nel 1862 e di Parigi nel
1878.
Nel 1888 circa 200 botteghe del Borgo Orefici erano qualificate nella incisione su:“ tartaruga,
corallo e lava”. Molte botteghe erano ubicate nella “via Grande Orefici”, ma tutte
le botteghe piccole e grandi poste nelle strade del Borgo: “via nuova Orefici, strada S. Agata
agli Orefici. strada Spezieria Vecchia, strada Pellettieri agli Orefici, Piazza larga Coppolari
agli Orefici, vico di Mezzo agli Orefici, vico Cellini agli Orefici, piazza Coppolari agli
Orefici, largo Orefici, largo Azzimatori agli Orefici, erano occupate dagli artefici dell’oro.
Le lavorazioni e le specializzazioni dei vari laboratori era ampiamente diversificata, infatti
nel 1889 vi erano ancora 12 botteghe di Battiloro, che lavoravano “l’oro in foglie”; altre
erano specializzate nei lavori con perle, e nella “lavorazione d’argento”, molte eseguivano
l’elaborata tecnica dell’incastonatura delle gemme, ma la maggiore parte dei laboratori
orafi era ed è ancora oggi specializzata nella creazione di “gioielleria artistica”.


1735
Disegno della Corona fatta dal Gioiellieire
Claudio Imbert con la quale è seguita
la Incoronazione in Palermo, capitale del Regno
di Sicilia il giorno 3 Luglio 1735.
ASNA, Ministero degli Affari Esteri, fs, 4512,
inc. 134, f 5


Antichi calchi di gesso di cammei, fine XIX secolo, inizi XX secolo
Collezione privata


Fasi di lavorazione di camei incisi su conchiglie sardoniche.
Collezione privata


Fasi di lavorazione di camei incisi su conchiglie sardoniche.
Collezione privata


Disegno del Collare dell’Ordine delle Due Sicilie.
L’Ordine delle Due Sicilie, che comprendeva tre categorie:
Cavalieri, Dignitari e Commendatori, fu
istituito da con Real Decreto da Giuseppe Napoleone
Bonaparte il 24 febbraio 1808.
Gioacchino Murat mantenne l’Ordine ed aggiunse
la categoria del gran Collare. Il Collare composto
da 15 medaglioni con al centro di ognuno lo stemma
di una provincia del Regno racchiuso in una
corona di alloro. Nel medaglione centrale, in campo
azzurro, le iniziali J N di Gioacchino Napoleone,
al di sotto la stella con al centro rappresentato
nuovamente: il cavallo sfrenato, stemma della città
e provincia di Napoli.
ASNA, Ministero degli Affari esteri,
busta 5443 (ex 5620), f. 130


Collare dell’Ordine delle Due Sicilie,
oro e smalti policromi.
Collezione Ricciardi.
l’onorificenza siglata sul retro con il n° 8
fu conferita al Ministro Ricciardi nel 1813.


8 aprile 1805, Napoli
Patente di privativa, concessa da Ferdinando IV di Borbone a Paolo Bartolomeo Martin per la lavorazione del corallo grezzo a Torre del Greco.
ASNA, Ministero dell’Interno, I inv., b. 2252, inc. 3, f. 15


12 luglio 1806
Patente di Giuseppe Napoleone I per la conferma della privativa concessa a Paolo Bartolomeo Martin, per la lavorazione del corallo grezzo a Torre del Greco
ASNA, Ministero dell’Interno, I inv., b. 2252, inc. 3, f. 1


Attrezzi da lavoro inerenti la privativa
di cinque anni accordata con patente
il 12 novembre 1810 a Paolo Bartolomeo Martin,
per la fabbricazione e la vendita di coralli.
ASNA, Ministero dell’Interno, b. 2253, inc. 3, all. A

 
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