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L’attività orafa e manifatturiera nei documenti dell'Archivio di Stato di Napoli

Mostrare ai napoletani e ai turisti, che stanno tornando a riempire la città, i borghi
e le strade, dove si affollavano e tuttora permangono le botteghe degli artigiani
napoletani, è l’intento della mostra inaugurata nel maggio all’Archivio di Stato
di Napoli.
Si è esposta documentazione che illustra i borghi della città dove vi era una
maggiore concentrazione di artigiani, le corporazioni con i loro statuti, i dispacci
e le leggi che regolavano tali attività, le “macchine” con le quali si era cercato
in epoca borbonica di ammodernare i sistemi produttivi ed infine i manufatti.
Le Arti prese in esame sono quelle degli orefici e dei tessitori.
Della “ruga” degli orefici dove si lavorava l’oro e l’argento con estrema abilità e
fantasia, viene fatta menzione già in un documento della fine del XIV secolo.
Nella medesima zona in cui si aprivano le botteghe degli orefici si sa che c’erano
la chiesa di Sant’Eligio, patrono della corporazione, e la chiesetta di Sant’Agata al
Castello d’oro, concessa all’Arte stessa nel 1582, la quale era ubicata nel fondo detto
“della Lamia”.
Già in epoca aragonese l’arte orafa aveva avuto un impulso notevole, che aveva fatto
raggiungere ai suoi maestri un altissimo livello quantitativo e qualitativo nella produzione,
livello dovuto sicuramente all’indubbia raffinata abilità dei maestri napoletani.
Sono del 1627 i capitoli dell’arte dei battitori dell’oro e dell’argento con i quali si stabilivano
le regole che governavano tale Arte.
Le elezioni alle cariche dell’Arte si svolgevano generalmente durante la festa del santo
patrono, e nelle assegnazione delle cariche si tenevano in debito conto le specializzazioni
interne all’Arte e la provenienza degli stranieri.
Per quanto attiene all’arte orafa il controllo sui prodotti da un certo punto in poi si era
fatto più puntuale, poiché si incominciavano ad adulterare i lavori prodotti dai lavoranti
di detta Arte.
Le regole dell’Arte imponevano che gli oggetti d’oro, d’argento e di pietre preziose, prodotti
da orefici ed argentieri non potevano essere apprezzati dagli stessi lavoranti e maestri,
ma solo dai consoli, che ne mantenevano alta la qualità, impedendo la produzione
di articoli scadenti, e marcando quelli degni di essere venduti con il “postillo”, il marchio
in loro esclusivo possesso.
Perfino gli scarti erano oggetto di prescrizioni: la “scopiglia”, cioè i frammenti d’oro e
d’argento, scartati durante la lavorazione, e raccolti spazzando tutto il perimetro della
piazza degli orefici e tutte le strade adiacenti, doveva essere recuperata e immersa in un
bagno, dove veniva separata dalle immondizie.
Nel Settecento e nell’Ottocento una forte richiesta di manufatti
orafi, proveniente soprattutto dalla Corte e dalla nobiltà di
corte, manteneva alti i livelli quantitativi e qualitativi della produzione,
come dimostrano gli inventari dei gioielli e delle “bisciutterie”
esposti.
La Corte, che nel 1734 aveva portato da Parma molti gioielli
appartenenti al “guardaroba reale”, la cui fattura certamente
avrebbe influenzato l’arte orafa napoletana, aveva comunque dei
gioiellieri di corte, a cui commissionava le proprie gioie.
Fra gli altri il Loffrano e l’Imparato, fra i quali nel febbraio del
1773 scoppiò una lite per motivi economici e di gelosia di mestiere.
Entrambi rivendicavano la commissione di una catena
d’oro per orologio e cassa e di una catena di “stucchio con odorino”.
La lite era scoppiata anche per il mancato rispetto delle regole
dell’Arte, che impedivano ad un orefice di rivolgersi ad un
lavorante di un’altra bottega, come era invece accaduto nel caso
in questione. Si veda l’incartamento esposto.
Le Corporazioni nacquero con un carattere decisamente assistenziale
religioso e ritualistico; infatti una grossa quota degli introiti
era riservata al monte dei maritaggi (vedasi il monte dei
maritaggi degli orefici esposto) e alle opere assistenziali.
Esse godettero dell’appoggio dei governi che, attraverso la loro
istituzione tendevano più ad assicurare la pace sociale che la regolamentazione
del lavoro.
L’arrivo dei Borbone non cambiò la politica adottata nei loro confronti;
infatti il piano di riforme varato da Carlo non scalfì il sistema
corporativo napoletano al quale, al contrario, dette nuovo vigore.
A fine settecento la progressiva introduzione di una politica di incoraggiamento
delle manifatture in genere, fu sostenuta da un folto
gruppo di intellettuali guidati da Gaetano Filangieri e fu attuata con
maggiore determinazione dai francesi, che durante il decennio, introdussero
i principi liberali del lavoro non vincolato.
Pertanto nel 1804 le corporazioni per decreto furono abolite.
Esse con le loro rigide regole, se da un lato avevano favorito lo
sviluppo delle arti stesse, e l’arricchimento degli artieri in un certo periodo, prova ne sia,
ad esempio, la ricchezza delle miniature dell’arte della seta, con l’andar del tempo avevano
creato una rete soffocante, che ne limitava lo sviluppo. Nell’Ottocento quindi con la
loro abolizione, l’artigianato urbano, liberatosi da questi vincoli corporativi, acquistava
maggiore forza di espandersi e diveniva sempre più autonomo.
Ciò si avverte soprattutto nel settore tessile - manifatturiero.
Questo settore, legato all’economia dell’abbigliamento, nel corso del Seicento, pur perdendo
il primato nella lavorazione dei tessuti di lana e di seta, mantenne una discreta posizione
in quella del broccato di seta e di velluto. Proprio in questo periodo si sviluppò
un artigianato di qualità, che realizzava abiti preziosi, calze, scarpe, guanti e cappelli.
Afferivano al settore tessile – manifatturiero le corporazioni dell’arte della lana, dei
mercanti dei panni di lana, dei mercanti di tele, della seta nera e a colori, dei fabbricanti
delle coperte di seta; ma anche quelle che producevano beni intermedi utilizzati per
l’abbigliamento, come l’arte degli “zagherellari” (fabbricatori di zagare, un tipo di passamaneria),
dei tessitori di passamaneria, dei “gallonari” (altro tipo di passamaneria), dei
bottonari e dei tessitori di fili d’argento e d’oro. Al settore dell’abbigliamento in senso
stretto appartenevano l’arte dei “sartori”, dei ricamatori, dei “bambacinari” (commercianti di biancheria intima e per la casa), dei calzettai, dei tessitori di calzette, dei conciacalzette,
dei cappellari e dei tintori.
Nel corso del Settecento alla crescita del settore contribuì la domanda di uniformi per
l’esercito e di livree per il personale domestico della Corte, richieste che aumentarono con
l’ascesa della casa dei Borbone.
Nell’Ottocento alle spinte all’ammodernamento e allo sviluppo tecnologico del settore
si frapponeva l’istituto dell’industria a domicilio.
Una quota dell’attività produttiva era decentrata nelle campagne, dove permaneva una
gran parte dei telai, che producevano manufatti di scarsa qualità; la produzione industriale
era infatti penalizzata dalla chiusura del mercato internazionale, per le barriere doganali
imposte dallo Stato, per cui le manifatture a bassa tecnologia potevano garantirsi solo
una quota del mercato locale e provinciale.
Il settore tessile comprendeva varie fasi di lavorazione; le preliminari erano svolte nelle
campagne, ma anche la stessa tessitura, che era quella che più si prestava alla meccanizzazione,
stentò ad usare i telai meccanici, di solito a motore idraulico, preferendo utilizzare
il lavoro manuale proveniente dalle campagne circostanti.
In questa complessa e frammentata situazione si inseriva l’artigianato urbano che, liberato
dai vincoli corporativi, era in grado di immettere sul mercato grandi quantità di manufatti.
Considerevole era anche l’apporto produttivo dei Conservatori femminili che,
grazie al lavoro delle “beneficate”, alimentavano il mercato dei prodotti tessili.
Sia all’interno dell’Albergo dei poveri che nei molteplici educandati femminili, la necessità
di addestrare i reclusi all’autosostentamento aveva incoraggiato una manifattura
ben commercializzata.
Infatti nei resoconti delle mostre, che periodicamente si tenevano a Napoli, riportati negli
Annali Civili, si trovavano numerosi riferimenti alle produzioni manifatturiere, svolte
nei conventi e negli Ospizi che utilizzavano il lavoro minorile e femminile; trattavasi di
sfruttamento di forza lavoro che andava ad aggiungersi alle quote di lavoro semicoatto,
trasferito dagli istituti religiosi alle fabbriche pensionato.
Molti dei luoghi pii ospitarono manifatture gestite da imprenditori attratti dalla conveniente
sistemazione e dalla possibilità di sfruttare a buon mercato il lavoro coatto di solito
fornito dall’Albergo dei poveri.
Questo stabilimento era una sede ambita dalle piccole manifatture a basso investimento
tecnologico. Infatti molto spesso la concessione di lavoro semicoatto era una delle forme
di incoraggiamento richiesto a sostegno delle vacillanti manifatture nazionali.
Altre forme di incoraggiamento previste dall’azione di governo erano rappresentate dalle
concessioni di privative industriali a partire dal decreto francese del 1810.
Le privative industriali concedevano, con decreto reale, ai richiedenti, in via esclusiva,
un brevetto per nuove macchine o nuovi sistemi di produzione industriale o introduzioni
dall’estero di macchinari tecnologicamente più avanzati.
L’interesse governativo, che si espletava nell’innalzare barriere doganali, e nel concedere
locali pubblici (gli stabilimenti di beneficenza) o la possibilità di sfruttamento del lavoro
semicoatto, se da un lato, si tradusse in disincentivazione dello sviluppo tecnologico,
perché frenava la necessità di effettuare investimenti, in alcuni casi servì da stimolo all’ammodernamento
delle strutture e alla partecipazione al libero mercato, come nel caso
del Lanificio Sava, posto nei locali dell’ex convento di Santa Caterina a Formiello. Esso
godeva infatti del favore governativo, che gli assicurava oltre ai locali dell’ex convento e
quello dei Granili al Ponte della Maddalena, le forniture del vestiario per le truppe e l’utilizzazione
dei “beneficati” dell’Albergo dei poveri e dei reclusi a favorevoli condizioni di
orario e di lavoro.


Arte della Seta, Libro delle matricole, 1514
ASNA, Matricole dell’arte della seta, vol. I, f. 2


26 giugno 1826, Napoli
Disegni a penna allegati alla privativa di dieci
anni concessa a Stellario Aspa
per la costruzione e vendita di una macchina
per incannolare, filare e torcere la seta.
All. I mm. 370 x 430 (280 x 295),
all. II mm. 360 x 390 (290 x 295)
ASNA, Ministero dell’Agricoltura Industria e
Commercio, fs. 279 bis, inc. 37, all.ti I e II


2 marzo 1810, Napoli
Disegno acquerellato allegato alla privativa concessa
per dieci anni a Teodoro Bonnet de Contz per l’introduzione
di una macchina per separare il cotone dal
seme. mm. 300 x 400
ASNA, Ministero dell’Interno, I inv., fs. 2252, inc. 2


11 marzo 1834, Napoli.
Disegni a penna allegati alla privativa concessa ai
signori Martin e Beretta per fare cordoni di seta e
trenette. All. 1, mm. 340x480
All. 2, mm 474x385
ASNA, Ministerro dell’Agricoltura, Industria e
Commercio, F. 279bis, all. 1 e 2



23 maggio 1820
Disegni acquerellati in bianco e nero, allegati alla privativa di cinque anni
concessa a Filippo Maccarone per la costruzione della macchina per separare il
lino e la canapa senza macerazione.
Scala di 12 palmi napoletani pari a cm. 25,9; mm.590 x 430 (550 x 380)
ASNA, Ministero dell’Interno, I inv., fs. 2245, inc. 4, all.ti I e II


19 febbraio 1748
Pianta ed alzata della città di Napoli
di Paolo Petrini.
Scala di 500 passi geometrici pari a cm. 16,2;
mm. 1240 x 610 (1140 x 455)
ASNA, Collezione di piante e disegni,
Cartella V, n. 2


1790
Pianta della città di Napoli dell’anno 1790 di Giuseppe Guerra
Scala di tese parigine pari a cm. 8,7 e scala di 500 passi, cadauno di sette
palmi napoletani pari a cm. 8,3; mm. 880 x 680 (810 x 550)
ASNA, Collezione di piante e disegni, Cartella V, n. 3


[sec. XIX]
Pianta a colori del quartiere Mercato con l’indice delle cose notevoli.
Scala di 1000 palmi pari a cm. 8; mm. 760 x 620 (730 x 565)
ASNA, Collezione di piante e disegni, Cartella II, n. 3


[sec. XIX]
Pianta a colori, eseguita da Luigi Marchese, del quartiere Vicaria
con l’indice delle cose notevoli.
Scala di 1200 palmi napoletani pari a cm. 9,8; mm. 870 x 585
ASNA, Collezione di piante e disegni, Cartella I, n. 12

 
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