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il real laboratorio di san carlo alle mortelle: pietre dure, cammei e coralli

La grande risorsa di Napoli è, da sempre stata il mare.Abbiamo visto dal mare giungere la Sirena e dal mare approdarele genti. Dallo stesso mare, Napoli ha tratto la forza dellasua economia per traffici e commerci, ma dal mare è venutaanche la fonte di una antica tradizione orafa, quella del coralloe della conchiglia.Le origini Greche e Romane della nostra città, oltre alletestimonianze architettoniche che in ogni angolo ci ricordanoi segni delle antiche Civiltà, vanno ricercate nei pregevolissimicammei di inestimabile valore che ancor’oggi si possonoammirare nelle sale del Museo Archeologico Nazionale.

 












Francesco Ghinghi, Gaspero Donnini, Giovanni Morghen - 1749/1763 ca. - Tavolo in ebano, bronzo
patinato, bronzo dorato, lapislazzuli e pietre dure, con piano in mosaico di pietre dure

 Il cammeo nasce come incisione su pietra dura – i primirisalgono al III secolo avanti Cristo – e tale rimane per duemilaanni, dalle Civiltà Orientali alla Grecia e a Roma. Senzacambiare la materia da incidere neppure durante la stagionerinascimentale: quando i fermenti classici e il trionfo delle artifigurative avvicinano al cammeo pittori e scultori, lontani daquesta espressione d’arte. Il cammeo si giova allora del nuovoclima e dei nuovi contributi: affine all’incisione, gli artistiimpreziosiscono di componenti psicologiche il ritratto che s’ispiraal grande filone della mitologia, ma resta legato allascelta delle pietre da incidere. Ne fanno fede la Tazza Farnese,il Ritratto del Savonarola, i Medaglioni di Donatello:opere che segnano le conquiste più rappresentative di quest’artee ne sottolineano anche la fedeltà alla tradizione. Comesi può notare le opere citate vanno ben oltre la tradizione delcammeo che noi oggi conosciamo ed apprezziamo. Anche sel’oro fu sempre il metallo prezioso più ricercato per il colorecaldo e brillante ed il gradevole splendore, gli orafi artigianidel XV e XVI secolo decisero di affiancarlo a pietre, dette“dure”, che semipreziose potevano consentire di realizzarenon solo cammei o gioielli, ma anche utensili, oggetti, mobili,decori e finimenti che potevano soddisfare una clientela diAlto Rango.Nel Borgo Orefici in quei secoli comparvero botteghe artigianeche cominciarono con sapienza a dedicarsi a questo tipodi lavorazione. Solo nel 1738 si diede vita a Napoli ad un verae propria Scuola di pietre dure, cammei e gioie, ove i giovanipotevano essere guidati all’apprendimento di questa anticaarte.Fondato da Carlo III di Borbone, il “Real Laboratorio diSan Carlo alle Mortelle”, fu diretto fin dall’inizio dal fiorentinoFrancesco Ghinghi, intagliatore di cammei. ProbabilmenteGhinghi conobbe personalmente Carlo di Borbone, qualcheanno prima, durante un suo breve soggiorno fiorentino. Egliscrive che il giovane principe, appena sedicenne, ebbe piaceredi osservare la “Galleria fiorentina di pietre dure” e la lavorazionedelle pietre, specialmente l’incisione dei cammei e neriportò grande ammirazione.Forse quella visita impressionò ed entusiasmò il giovaneMonarca, a tal punto che, una volta a Napoli, deciso a fondareun Laboratorio di pietre dure, invitò Ghinghi nella capitale,sulla fine del 1737, d’accordo con l’Ambasciatore spagnolo aFirenze. E il Maestro venne subito a Napoli con altri noveartisti, che allora venivano chiamati professori, tutti fiorentini.Sappiamo dalle fonti dell’epoca che il Ghinghi aveva lavoratoper gli ultimi Gran Duchi della Casa de’Medici e risultavaessere il miglior cammeista che avesse la “Galleria fiorentinadi pietre dure”. Di egli si scrisse – “Dalla fama di questovalent’uomo, e della bellezza de i pregevoli intagli in gemme,di quelli allettato il Bernabé, che de i Greci e de i Romaniingegni fu le delizie e dolce cura, risolvé generosamente d’applicarsi.”–Nel Laboratorio c’era una gran quantità di pietre di Sicilia,ma per la policromia dell’intarsio occorreva una notevolevarietà di pietre dure. Non si pensi che ci si limitasse a cammeie gioielli: erano in lavorazioni mobili e decori per laCorte e addirittura si poneva in opera anche un delicatissimotavolino con piedi in argento ordinato dalla Regina MariaAmalia.Possiamo dire che dalla sua fondazione, il Real Laboratoriodi arazzi e pietre dure, costituiva ancora nel 1751, la roccafortedei “Maestri Fiorentini” a Napoli. Questo spiega la grandesimilitudine dell’artigianato napoletano con quello fiorentino,che è ormai molto lontano dai legami della tradizione TardoMedioevale e Rinascimentale.Nel 1760 lasciava molto a desiderare la disciplina nelLaboratorio reale. Ghinghi, ormai anziano – aveva superato i70 anni – non era più in grado di tenere la situazione inpugno: tutti ne approfittavano a discapito del rendimento.Tale disordine non sfuggiva al Marchese di Acciaioli, intendentedi Portici, che in una lettera richiamava energicamenteil direttore ad assumersi la responsabilità della sua tolleranza.Professori ed allievi se la prendevano allegramente, pregiudicandoil reale servizio: non ancora terminate il tavolino, lacassa dell’orologio della regina, molti anni per consegnare ilcofanetto dei gioielli, appena due o tre professori lavoravanoper le colonnine del tabernacolo della Cappella Palatina diCaserta. Corresponsabile di questa situazione era l’assistentedel Ghinghi, il fiorentino Francesco Peri, che aveva l’obbligodi vigilare sul rendimento dei professori e sull’osservanza delregolamento. Due anni dopo il Laboratorio di San Carlo alleMortelle passò sotto la giurisdizione della Segreteria di CasaReale, nel 1832 fu assorbito dal Ministero dell’Interno e nel1861, subito dopo l’Unità, fu definitivamente soppresso condecreto firmato dal luogotenente del Re d’Italia, MinistroPaolo Emilio Imbriani.La tradizione del cammeo e dell’intaglio non si esaurì, masemplicemente si spostò di alcuni chilometri. Riaffiorò dall’ombrala secolare tradizione della manifattura dei maestridel corallo e della madreperla di Torre del Greco.Il mare e la conchiglia sono il polo d’attrazione per la popolazionetorrese. Le conchiglie ebbero un destino da favola:nate per fare bella mostra di se nelle case dei pescatori o perincantare l’orecchio dei bambini sull’eco dei mari lontani, siritrovarono a sostituire la malachite, l’onice, l’agata, il corallo.Il cammeo nasce come incisione su pietra dura ed i primirisalgono al III secolo a.c., e tale rimane per duemila anni,dalle Civiltà orientali alla Grecia a Roma, senza cambiare lamateria da incidere. Neppure durante la stagione rinascimentale,quando i fermenti classici e il trionfo delle Arti Figurativeavvicinano al cammeo pittori e scultori lontani da questaespressione d’arte. Il cammeo si giova allora del nuovo climae dei nuovi contributi: affina l’incisione, impreziosisce dicomponenti psicologiche il ritratto, s’ispira al grande filonedella mitologia, ma resta legato alla scelta delle pietre da incidere.Ne fanno fede la Tazza Farnese, il Ritratto del Savonarola,i Medaglioni marmorei di Donatello: opere che segnanole conquiste più rappresentative di quest’arte e ne sottolineanola fedeltà alla tradizione.Una fedeltà che verrà meno solo alle soglie del XIX secolo,quando il cammeo si fa cittadino di Torre del Greco e si trasforma.Le case dei torresi abbondano di conchiglie, ricordo-trofeodei viaggi per lavoro. Per caso qualcuna di esse si sarà rotta ela preziosa madreperla non potendo andare gettata è stata trasformatain un nuovo oggetto prezioso e pregiato che ripercorrele nobili origini dei cammei greci e romani. È dunqueprobabile che così, quasi per caso avrà trovato vita il cammeotorrese di conchiglia.Occorrono occhio scaltrito e mano rapida per una primaselezione. Si distinguono infatti tre tipi di conchiglie: laSardonica, proveniente dai Carabi e dalle Bahamas, più grossa,richiesta per il suo fondo marrone, che rende più nitidal’incisione; la Corniola, in prevalenza di origine africana, tendenteal rosso; infine la conchiglia Rosa, che viene dall’arcodelle Antille.Ora il “fusello” è sul banco dell’artista, pronto alla violenzadel bulino. Qualche tratto di matita, e via. La mano sapienteprocede con cautela. Sotto il ferro che scava, la conchiglia sisfalda, e la polvere bianca si raccoglie a piccole dune, formandorivoli sul banchetto, variamente dentellato. Il cammeoprende forma, e la figura appena incisa occhieggia tra le scagliee la polvere. Un soffio, un ritocco e ancora il bulino cheincide. È così da sempre.Il cammeo attinge ancora alla grecità, alla mitologia, allariproduzione dei capolavori espressi in altre forme d’arte, aifiori, ai ritratti femminili che nelle varie civiltà hanno espressoun tipo di bellezza.L’incisione moderna è scarna, asciutta, essenziale. Il trattoappena accennato, introduce spesso un elemento che a suavolta è la sintesi di altri elementi non espressi. Certo è cambiatoil clima in cui l’opera d’arte maturava ma questo è un fenomenodei tempi e va ben oltre il ristretto mondo dei cammei.Il cammeo è anzitutto espressione di una manualità preziosae sempre più rara in un’epoca che vive all’insegna della macchina,e come tale traduce una precisa scelta da una parte dichi lo indossa, indipendentemente dall’età e dall’abbigliamento.Piuttosto quello che può creare qualche condizionamento èil tipo di montatura. Ma è sufficiente scegliere quella piùlineare perché il cammeo ritrovi tutta la sua adattabilità.Ma i gioielli del mare non finiscono qui. Anche il corallo,come le conchiglie è di casa nella nostra tradizione artigiana.La storia millenaria del corallo, albero delle acque, rosa pietrificata,la storia della sua pesca e della sapienza artigiana diuomini che oggi come un tempo, dal corallo traggono semplicimonili e capolavori straordinari, mirabili per grazia, bellezzae perizia tecnica. Storia di preziosità e magia, di carne e disangue, di poesia e di mito, di oscura fatica e sorprendentevirtuosismo, di intangibili credenze e scientifico rigore. Storiaanche di una città, Torre del Greco, da due secoli polo manifatturierodi prima grandezza, incontrastata capitale nellalavorazione artistica del corallo: gioielli del mare dalla suadentemalia.

 

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