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Il ristabilimento di Ferdinando sul trono di Napoli, nondurò a lungo. Napoleone Bonaparte, sempre più compenetratonel suo ruolo di padrone d’Europa, decise di regalare lacorona del Mezzogiorno d’Italia a suo fratello Giuseppe. Nel1805, perciò, costretto il Borbone a riparare nuovamente aPalermo, le truppe francesi occuparono la città per la secondavolta in un ristretto arco di tempo, per instaurarvi una nuovadinastia.Giuseppe Bonaparte, regnò solo due anni ma non fu un cattivore. Egli avvertì l’esigenza di riorganizzare le norme perl’arte orafa e l’argenteria, tanto da ordinare ai suoi ministri dipresentare una proposta di legge che, sul modello francese,disciplinasse la materia. Nel gusto della creazione di gioiellineoclassici, notevole fu, per l’oreficeria locale, l’improntanapoleonica tanto in voga a Parigi e che trovava a Napoli, neimodelli romani degli affreschi di Pompei, la musa ispiratrice.Napoleone, quindi, regalò ai Napoletani un nuovo monarca:Gioacchino Murat, che eccellente generale, si preoccupòsubito di portare a compimento il programma del suo predecessore.Nel 1808 promulgò la “legge sulla fabbricazionedelle materie d’oro e d’argento e sullo stabilimento delle officinedi garanzia per le medesime” con la quale fu sancital’abolizione di tutto il sistema corporativo e l’adozione di unnuovo tipo di punzonatura, valida per tutto il regno e consistentein un triplice bollo formato dalle iniziali del nome ecognome del fabbricante e da un simbolo di riconoscimentodi suo piacimento, dall’emblema del saggiatore stabilito dall’amministratoredella zecca e dalla testina di Partenope vistafrontalmente, accompagnata dal numero arabo attestante iltitolo del metallo prezioso.Una moltitudine di gioiellieri lavorò durante il decennioassimilando i motivi di importazione francese e il gusto neoclassicoe, sia pur parzialmente, rielaborandoli in originalicreazioni di tipico gusto partenopeo, come il corno dell’abbondanzao l’immagine del Vesuvio. Durante la reggenzamurattiana non si verificò, nel campo della gioielleria, unosradicamento totale dei modi settecenteschi, ben saldi e ramificati,per divulgare la nuova versione stilistica che, per quantovicina al pesante gusto napoletano ereditato dal rococò, erarecepita solo epidermicamente dagli artigiani allo scopo disoddisfare i superficiali desideri di una ristretta clientela,ancora di estrazione prevalentemente aristocratica, preoccupatasolo di essere à la page. Essi, infatti, dovettero sentire moltopoco questo stile d’importazione per il quale mancavanoesempi diretti ai quali potersi rifare, visto e considerato che laCorte francese mantenne stretti rapporti con la capitale pariginae sicuramente con i propri artigiani di fiducia in patria,limitando al massimo i legami con l’artigianato partenopeo.Il 1815 segna il rientro del re Ferdinando di Borbone aNapoli, i cui primi atti di governo furono di ordine giuridico.Egli confermò l’abolizione delle corporazioni ma si preoccupòdi dare maggiore autonomia agli artigiani: agli oreficidispensò benefici fiscali per favorire la produzione, affinchési potesse ampliare la ristretta cerchia di acquirenti che finoad allora era costituita solo dagli aristocratici e dal clero.Inoltre si autorizzò l’istituzione di nuove officine orafe, nonsolo a Napoli, ma in tutta la Campania.Il gusto neoclassico non ebbe seguito, a già prima del ritornodi Ferdinando, arrise molta fortuna a quella produzione dicalco romantico, indubbiamente più vicina e maggiormenterecepita dall’animo napoletano, le cui prime creazioni compaionogià da alcuni documenti del 1806 ed in alcuni inventaridi gioielli, per poi protrarsi nel corso di tutto il secolo. Sitrattava di monili il cui valore affettivo e sentimentale uguagliavae, spesso, superava quello intrinseco: laccetti o catenedi capelli, eventualmente con piccole perle; anelli con capellicontornati di brillanti; catene d’oro con diverse unghie; orecchinia serpe di capelli; cuori d’oro con capelli nel mezzo,erano tutti ornamenti personali dettati da quello spiritoromantico che caratterizzò il XIX secolo e che era alla base diquel fenomeno di revival e di convivenza degli stili passati,riscoperti e reinterpretati nel corso dell’Ottocento.Accanto alla figura del gioielliere si sviluppò in questosecolo quella del bigiottiere, già esistente nel Settecento, il cuisuccesso era legato all’ascesa ottocentesca della borghesianapoletana che, con i suoi interessi più vivi ed i suoi gusti piùsemplici, favorì intorno agli anni trenta, la radicale diminuzionedelle committenze, nobiliari e regali, fino ad allora decisamenteprevalenti, incrementando, così, la produzione di preziosimeno artificiosi e più sobri. Bigiottieri di fatto eranoquegli artigiani che creavano o vendevano gingilli, ninnoli,minuterie, “galanterie” e monili di non molto valore realizzatiin oro con l’ausilio di pietre dure o semipreziose.Il Regno di Ferdinando I, dopo il suo rientro, durò diecianni e si concluse nel 1825 con la sua morte; la corona passòal figlio Francesco I, che regnò poco senza lasciare notevoliimpronte.Cinque anni dopo, nel 1830, si affacciò alla ribalta in unafase irrequieta per la storia della città la figura di FerdinandoII. Il nuovo re legiferò molto in materia d’argento. Eglidecretò: “l’obbligo per la bollatura dei lavori nostrani e laPunzonatura di verifica per quelli già esistenti”, per garantirela produzione artigianale degli orafi napoletani; “l’uso di unbollo speciale per gli argenti sacri”.Deduciamo che l’arte sacra rappresenta un aspetto significativodell’oreficeria napoletana. In alcuni documenti datati1806, provenienti dalle Chiese Soppresse per volere diNapoleone, sono registrati oggetti perduti dei quali immaginiamola delicatezza ornamentale come “sei candelieri di filigrana d’argento, con lapislazzuli e rame dorato”; “otto giare dicristallo e argento per la mensa dell’Altare Maggiore”; “unacroce di tartaruga e rame dorato e un’altra guarnita di coralli”.Legame tra Stato, Chiesa e popolo è la cappella di PalazzoReale, riservata al re ed alla sua famiglia, ove trovansi tangibilitestimonianze di questo fiorente artigianato. La sigla “ C.R.”, Cappella Reale, sormontata dalla corona, è incisa sullamaggior parte degli argenti e ricamata a punto croce sui paramentisacri. Su carteglorie, argenti, reliquiari e cornici, lostemma borbonico o il giglio stilizzato fanno da contrassegnodi proprietà e nella finitura ottocentesca dell’altare barocco“quintangoli” e “triangoli” di bronzo per le candele, assumonola forma del giglio. La documentazione degli argenti sipuò seguire con certezza solo a partire dal 1800, perché precedentementenel 1798 questi furono fusi per sostenere lespese di guerra mentre nel 1799, durante le vicissitudini dellaRepubblica Partenopea, la Cappella subì, come il palazzo, undevastante saccheggio. La fusione degli argenti era abituale aCorte, non solo per sostenere le spese. Sembra curioso pensareche dopo il saccheggio del 1799, molti “pezzi” pregiativennero fusi perché rimasti spaiati; i metalli preziosi recuperativenivano poi riutilizzati per altri oggetti.Con l’Ottocento si ebbe una crescente richiesta di oggettid’argento in una società che sempre più si andava rinnovandoin un ambiente di maggiore respiro culturale e dalle ampiepossibilità economiche: ma poiché ogni medaglia ha il suorovescio, verrà meno quella assoluta autonomia di mestiereche i nostri Maestri avevano gelosamente custodito fino atutta la metà del Settecento e che fino al termine del secolo vaad essi riconosciuta. Dei cinquecento e più argentieri patentatie attivi nel Borgo agli inizi del secolo, gli anziani conserverannoi modelli costituenti il corredo delle loro officine, cheper tanti anni avevano incontrato il favore della loro clientela(putti, testine d’argento, cartigli, volute, stemmi, ecc.) e siaggiorneranno con altri tipici della nuova cultura (teste ezampe di leone, di ariete, aquile, sfingi, meduse, cariatidi, palmette,festoni di alooro, ecc.)La tipologia degli argenti di uso domestico resterà pressocchèinvariata, ma il centro tavola, ad esempio, perderà il volumepiramidale dell’antico “trionfo” per svilupparsi in un pianoorizzontale di forma ellittica sul quale verranno allineate lecoppe a servizio dei commensali. Citare i nomi prestigiosi ditutti gli argentieri che si sono distinti per gusto, cesello e sbalzoprenderebbe troppo spazio. Basta ricordare che anchequando i nostri maestri si discostarono dal linguaggio figurativopiù vicino alla loro sensibilità al quale per tradizione eranomaggiormente legati, essi seppero scrivere, per prestigio ebravura, una pagina altamente onorevole per la nostra città.Ma torniamo a Ferdinando II e alle tribolazioni che fucostretto ad affrontare a causa della “vivacità” espressa dagliambienti liberali: Sul finire degli anni Quaranta tutta l’Europafu investita da una ventata di insofferenza nei confronti deiregimi legittimisti e anche in Italia si ebbero pesanti ripercussioni.Il 1848, l’anno fatidico delle ribellioni estese a tuttal’Europa per ottenere la Costituzione, fu duro a morire: siproiettò sottilmente nel fluire del tempo e, fino all’avvento delregime unitario, condizionò gli eventi col suo clima di irriducibilecontrapposizione.Mentre l’Europa intera è presa da eventi bellici e si delineain embrione il Regno d’Italia, a Napoli muore nel 1859, reFerdinando II, al quale succede Francesco II, giovane inesperto,mal circondato a corte e mal consigliato.L’anno fatidico per la storia di Napoli fu il 1860. Già aMarsala si capì che la spedizione dei Mille poteva contare susostegni ben più decisivi di quelli offerti dall’animosità diGaribaldi e dei suoi volontari.I rovesci siciliani produssero un disastroso effetto psicologicoe influirono pesantemente sui successivi eventi. Il mito dell’invincibilitàdi Garibaldi e le incertezze del giovane re portarono alla capitolazione. Sull’ultimo Borbone che sedette sultrono di Napoli, tutto si potrà dire, tranne che non seppe berel’amaro calice della sconfitta con dignità e coraggio. La suaunica consolazione fu quella di poter contare sulla fedeltà esull’ardimento della giovane regina, Maria Sofia, una fanciullache, come lui, era altrettanto inesperta e priva di scaltrezza eche seppe conquistarsi non solo la dedizione incondizionatadei sudditi, ma anche l’ammirazione di tutte le corti europee.Con “l’incontro a Teano”, Garibaldi consegnò al savoiardoVittorio Emanuele II, sceso con le sue truppe dal Piemonte, ilRegno delle Due Sicilie, come frutto del risultato politico emilitare che, senza di lui, non sarebbe mai stato realizzato.  Con l’unità d’Italia Napoli perde il ruolo di capitale e subisceun colpo mortale. Lo sviluppo crescente dei centri minoridel Mezzogiorno, aperti alla civiltà, le mutate condizioni deitrasporti, le nuove correnti commerciali, hanno spostato tuttoil centro della vita napoletana. Il commercio, l’artigianato e,in genere, tutte le attività produttive subiscono una brusca frenataa causa dell’introduzione dei dazi e delle barriere doganaliinterne, che maggiorano il costo del manufatto trasferitoda un comune all’altro. A questa grave crisi economica cheimperversava in tutti i territori dell’ex-regno, nella città diNapoli, si accumulavano anche altri problemi connessi allamiseria imperante nei quartieri bassi della città, e di conseguenzail fattore igienico-sanitario fu la causa della grandeepidemia di colera che si abbattè sulla città in più riprese nel1866, nel 1873 e la più disastrosa nel 1884 con ben 7143decessi tanto che Nitti scrisse: - “si vede quanta miseria equanta degradazione popolare si nascondono sotto una cornicedi apparente prosperità”.Nei decenni precedenti al 1884, dopo la crisi post-unitaria, iquartieri più densamente abitati erano il Porto, il Mercato edil Pendino. Prima della bonifica, non si riesce a capire cometanta gente potesse vivere in un simile posto ove vi era mancanzadi luce, aria, ventilazione e spazio. Dai dati del censimentodel 1865 risulta che solo quattro piazze di cui tre angustee sette larghi sono gl’ingombri polmoni di questo grovigliodi vicoli e di “fondaci”, che solo nella parte settentrionalegode qualche pausa di recinti claustrali.Deplorevoli sono le condizioni dei “bassi”, in cui vive tantaparte del popolo, ma non solo nei bassi vivono, anche spazivuoti ricavati tra spesse mura, sotto le scale, escavazionipenetrate sotto terra, stalle, rimesse, fienili, sotterranei di fondamenta,di androni, di supportici, di depositi di legname ecc.Queste sono elencazioni che si possono leggere nella descrizioneredatta dalla Commissione d’Igiene del 1865, dallequali si evince anche che nel quartiere Pendino, laborioso erinomato per tradizione industria, all’interno del Borgo degliOrefici vi sono 280 aziende artigiane, con 10 fonditori diargento e 26 fonditori di galloni e scopiglie. Nessuno prestòattenzione a questa relazione, che presentava la città in condizioniigieniche ferme al 1600, e che non erano cambiate adistanza di 284 anni, fino all’epidemia del colera del 1884.In seguito alle tremende luttuose conseguenze, un gruppo diuomini coraggiosi e capaci, seppero far leva sulle circostanzepiù avverse, per promuovere quelle provvidenze di carattereigienico-sanitarie ed edilizie, che si imponevano con la massimaurgenza.La visita del Re, agli ospedali ove erano curati i colerosi edai luoghi ove più cruento si era rivelato il contagio del morbo,costituì l’avvenimento che dette avvio al progetto di bonificadei quartieri bassi, consistente nello sventramento della città el’eliminazione, specie nei quartieri Pendino e Porto, di moltidei sudici “fondaci” e di molti vicoli, per aprire una larga viaretta, che costituisce l’attuale “Rettifilo”. Anche il Borgodegli Orefici viene coinvolto dal “risanamento”: il secondotratto della larga via, avrebbe tagliato trasversalmente la vianuova degli Orefici. I lavori di sventramento cominciarononel maggio del 1889, tra le proteste ed il malcontento degliabitanti. Il risultato di quei progetti è oggi una realtà, anche seil Borgo non ha perso l’aspetto che lo ha contraddistinto dallesue antiche origini.Nonostante tutte queste vicissitudini, l’arte orafa napoletanacontinuava la sua produzione per i ceti tradizionalmente committentie per i cosiddetti “nuovi ricchi”.Alla fine del XIX secolo il disegno del gioiello era maturoper una drastica trasformazione: stagnante, spogliato di valoreartistico dall’età industriale, necessitava da molto tempo diun’iniezione di talento fresco. Gli anni di mezzo del XIXsecolo del tutto privi di nuovi afflati artistici, avevano costrettoi gioiellieri a rivolgersi al passato per trarre ispirazione.Una tensione spirituale verso il Medio Evo, una idealizzata“Epoca della Cavalleria” avevano dato luogo al Gotic Revivale al Neo-Rinascimento, a modello dei Preraffaelliti.La rivoluzione industriale e la meccanizzazione sembravanoaver prosciugato l’epoca di qualsiasi energia creativa. Inuna società materialistica inevitabilmente i gioielli divenneroun puro simbolo di stato. Il fatto che avessero un valoreintrinseco li rendeva barometri del successo finanziario. Igioielli costosi, più o menosi limitavano a essere fredde creazionidi brillanti, anche se, bisogna ammetterlo, perfettamentelavorati e montati. In ogni caso il perseguimento della perfezionetecnica pareva aver scalzato il disegno creativo. Ciò cheha influenzato il disegno del gioiello napoletano nel XIXsecolo è stata la gioielleria Antica. Fra il 1860 e il 1890 igioielli in stile divennero di gran moda, in particolar modoquelli alla “maniera italiana”. Il revival del Rinascimento italiano,col recupero del concetto di gioiello come opera d’Arte,con le sue composizioni figurative e con l’uso dello smalto,apre la strada all’Art Nuoveau.Ci avviamo al XX secolo, tra speranze ed incertezze, in unmomento di grande svolte epocali per la politica, l’economia,la rivoluzione industriale ma soprattutto per la crisi dellecoscienze.  Capitolo precedente Prossimo capitolo
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