Al tempo di Carlo I d’Angiò, gli orafi napoletani stabilirono gran parte delle botteghe nei pressi della Chiesa dedicata a Sant’Eligio di Noyon, il loro patrono, costruita nella zona di Campo Moricino.

La Chiesa di Sant’Eligio Maggiore è tra le più antiche costruzioni di Napoli risalenti al periodo angioino: fu edificata nel 1270 e, in un primo momento, dedicata ai santi francesi Eligio, Dionisio e Martino. La Chiesa sorse accanto ad un ospedale e, insieme, godettero della protezione reale e di diversi privilegi. Nella prima metà del Cinquecento, don Pedro de Toledo, viceré spagnolo, vi fondò il “Conservatorio per le vergini”, un educandato femminile in cui le giovani donne venivano istruite al servizio infermieristico proprio presso il vicino ospedale.

La struttura, così come la vediamo oggi, è in gran parte diversa dall’originale: abbiamo sotto gli occhi il frutto di restauri e rimaneggiamenti che nel tempo l’hanno coinvolta.Si tratta di un edificio interessato anche da terremoti e incendi, per gran parte ricostruito dopo la seconda guerra mondiale. Questi lavori hanno restituito la Chiesa al culto e ne hanno sottolineato l’aspetto spoglio ed austero, tipico dello stile gotico. Ne risulta un sistema architettonico complesso, che mette insieme materiali moderni, come i blocchi di tufo e piperno, e superstiti architetture medievali rintracciabili nelle finestre esterne, nei contrafforti, nell’abside con la cupola ad ombrello e nel portale gotico, strombato e decorato con motivi naturalistici.

La Chiesa di Sant’Eligio Maggiore e il coevo ex ospedale costituiscono insieme il complesso più misconosciuto della zona orientale della città, nonostante l’indubbia importanza ed il grande pregio.

 

Chiesa di Sant’Eligio Maggiore: gli interni

L’originario portale principale ha perso la sua funzione a causa delle stratificazioni strutturali e, sin dal XVI secolo, si accede alla Chiesa di Sant’Eligio Maggiore attraversando lo splendido portale strombato, tipico dell’architettura gotica francese, posizionato su un lato lungo della struttura.

L’interno della Chiesa è stato ricostruito, attraverso i diversi interventi di restauro, in maniera essenziale, proprio come si pensava che fosse nel 1270, all’epoca della sua fondazione.

L’abside, assecondando le navate, è diviso in tre vani, uno maggiore al centro, coperto da una volta a raggi, e due più piccoli lateralmente, coperti da due campate con volte a crociera e decorati con tracce di pitture medievali ancora evidenti. Proprio di fronte all’absidesi erge una colonna sormontata da una croce marmorea in stile gotico, sulle cui facce sono scolpiti il Crocefisso e Sant’Eligio.

Gli stucchi e i marmi che, nel corso dei secoli, hanno rivestito gli interni, specialmente nel periodo barocco, furono definitivamente eliminati con i lavori di ricostruzione successivi alla seconda guerra mondiale, lasciando emergere archi e pilastrini in tufo, risalenti al medioevo.

Su uno dei pilastri troviamo, quasi completamente conservata, una raffigurazione di Papa Urbano V, risalente alla seconda metà del 1300: il Pontefice, la cui figura si erge sul tufo, ricca di colori brillanti, regge le raffigurazioni dei Santi Pietro e Paolo, e questa era la maniera in cui solitamente veniva rappresentato.

Fra le opere di prestigio un tempo presenti in Sant’Eligio Maggiore vi erano un dipinto di Massimo Stanzione, raffigurante i santi francesi Eligio, Dionisio e Martino, un Giudizio Universale su tavola, del fiammingo Corneluis Smet, oggi conservato a Capodimonte, ed una tela di Francesco Solimena, esposta nella Cappella di San Mauro.

Negli spazi dell’educandato femminile possiamo ammirare la Madonna della Misericordia dalla faccia tagliata che, secondo la leggenda, avrebbe perso sangue in seguito ad un taglio praticatole in corrispondenza del volto.

 

Arco di Sant’Eligio

Periodo: XV SECOLO

L’arco di Sant’Eligio, originario del XV secolo, mette in collegamento il campanile della chiesa omonima con l’ospedale angioino. Voluto dai cavalieri francesi al seguito di Carlo I, durante il XIX secolo ha subito un forte restauro, che gli ha conferito l’odierna struttura, mantenendo l’impianto a due piani. Il primo piano in stile gotico custodisce l’orologio, sotto la cui cornice si possono notare due sculture bianche, due testine che raffigurano una giovane vassalla ed il duca Antonello Caracciolo, protagonisti di una leggenda di epoca cinquecentesca narrata anche da Benedetto Croce in Storie e leggende napoletane. Il secondo piano ospita una finestrina con stemmi aragonesi, si racconta che dietro quella finestra i condannati aspettavano il momento dell’esecuzione.

A riguardo delle due testine o dette in napoletano “capuzzelle” si narra che nel cinquecento Antonello Caracciolo durante una battuta di caccia nei suoi possedimenti in Calabria, si innamorò di una vassalla. Pur di raggiungere i suoi scopi, imprigionò il padre di lei e, come riscatto, pretese la soddisfazione del suo desiderio passionale. Una volta liberato il padre la famiglia della ragazza cerco giustizia presso Isabella d’Aragona.

La regina fece condannare Antonello a morte sul patibolo del Campo del Moricino, e pretese che la fanciulla, vestita di bianco, lo accompagnasse. Prima di morire il Caracciolo fu costretto a sposare la vassalla e a lasciarle i suoi beni. Il duca Antonello chiese perdono e invocò la clemenza del popolo. La regina rispose che la decisione spettava alla ragazza. La ragazza stava sul punto di perdonarlo, quando tra la folla vide il volto di un vecchio urlante e cadde morta atterra per lo spavento. A questo punto Antonello fu spacciato e la sua testa rotolò accanto al corpo senza vita della ragazza. Qualche giorno dopo, la regina volle che le teste dei due giovani fossero scolpite sull’arco accanto alla chiesa.

 

Orologio di Sant’Eligio

Periodo: XV secolo

L’orologio bianco, che decora l’arco di Sant’Eligio, per secoli scandì il tempo di piazza Mercato fino al 28 marzo del 1943, giorno in cui la nave Caterina Costa, diretta in Tunisia, esplose all’interno del porto di Napoli.

Dalla nave carica di novecento tonnellate di esplosivo, carri armati, munizioni, cannoni e più di mille tonnellate di benzina nelle stive, all’improvviso si alzò una colonna di fumo e di fuoco. L’onda d’urto, e non solo, investì Napoli coinvolgendo anche la zona di piazza Mercato, una lamiera veloce quanto un proiettile trafisse l’orologio della chiesa di Sant’Eligio e le sue lancette si fermarono.

 

Chiostro di Sant’Eligio Maggiore

Il Chiostro di Sant’Eligio Maggiore era, un tempo, il cortile dell’Ospedale e dell’Ospizio annessi alla Chiesa, ed è collegato al Conservatorio di Sant’Eligio grazie ad un ampio scalone. Proprio all’ingresso della scala è possibile notare un bassorilievo del XV secolo che mostra la figura di un guerriero sormontata da uno stemma: si tratta di Andrea Carafa di Sanseverino, l’uomo fatto impiccare in piazza Mercato pochi giorni dopo il suo matrimonio e la cui testa è riprodotta anche sull’arco annesso alla Chiesa.

Le fonti ufficiali non trasmettono molte notizie riguardanti la pregevole fontana che lo arreda il chiostro ma sappiamo che fu fatta aggiungere dal conte Ognatte, successivamente alla costruzione del cortile. Sulla sua vasca sono state scolpite le figure di diversi animali: il Leone, simbolo della forza e della legge; l’Uccello, sinonimo di libertà, del movimento anarchico e delle riforme; lo Scorpione, per ricordare all’uomo la sua versatilità di fronte ai comandamenti e alle obbedienze civili; il Libro e la Spada, simboli dei quattro artisti che l’hanno costruita in forma ovale, con quattro basse vasche collaterali destinate all’abbeveraggio degli animali.

 

Cappella del Mozzillo

Il Complesso di Sant’Eligio Maggiore comprende al suo interno la pregevole Sala del Consiglio del Banco e del Pio Luogo del Real Stabilimento, conosciuta anche col nome diSala del Governatorato, con gli affreschi dipinti e firmati nel 1787 dall’artista Angelo Mozzillo, scene che indagano i sentimenti umani attraverso “La Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso.

Il racconto proposto dall’artista è quello della lotta fra pagani e cristiani durante la prima crociata; il protagonista è Goffredo di Buglione, colui che radunò i cavalieri cristiani per liberare Gerusalemme.

La tela che un tempo ornava il soffitto della sala e che oggi non esiste più mostrava Giove nell’Olimpo attorniato da dee e muse; allo stesso modo è scomparso l’ornamento degli zoccoli che raffigurava trofei militari.